
28-02-2026 | 4-04-2026
Esercizi di astrazione nella continuità, sul divenire del tempo
Enzo Bersezio
Palazzo Mathis & Il Fondaco, Bra (CN)
La mostra sarà visitabile dal 28 febbraio al 4 aprile 2026
Palazzo Mathis – Piazza Caduti per la Libertà 20, Bra (CN)
Il Fondaco – Via Cuneo 18, Bra (CN)
Orari:
Presso Palazzo Mathis dal lunedì al giovedì su prenotazione.
Venerdì, sabato e domenica dalle ore 10 alle ore 18 (0172-430185)
Presso Il Fondaco dal giovedì al sabato dalle ore 16 alle ore 19 e su appuntamento (3397889565)
Ingresso libero
La mostra “Esercizi di astrazione nella continuità, sul divenire del tempo” si presenta al pubblico
come il dodicesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG –
grandArte 2025-2026 – I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre
esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026. Dopo
la precedente edizione di HELP, Humanity, Ecology, Liberty, Politics, tenutasi nel 2022, si è voluto
concentrare l’attenzione su temi e considerazioni più specificamente rivolti all’ambito della
spiritualità, intesa nel senso più ampio del termine, nonostante i tempi odierni dominati dalla
secolarizzazione e da una conseguente e diffusa indifferenza verso le questioni che investono il
mondo dell’interiorità, del rapporto con il divino e più in generale di tutto ciò che costituisce la
dimensione del trascendente. “Vediamo di restare in ascolto sempre, fino all’ultimo”, scrive Sergio
Givone quasi alla fine del suo saggio intitolato La ragionevole speranza. Come i filosofi hanno
pensato l’aldilà (Solferino, 2025). Ed è quanto si cercherà di attuare con la nuova serie di mostre di
grandArte 2025-2026: dare voce agli artisti che parteciperanno con le loro meditazioni in forma di
immagini elaborate attraverso le più diverse tecniche espressive (dalla pittura alla fotografia e
dalla scultura alle installazioni oggettuali).
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Il legno, il viaggio, la forma necessaria
Enzo Bersezio (Cuneo, 1943) appartiene a quella generazione di artisti per i quali la scelta del
medium non è mai stata un’opzione stilistica, ma una presa di posizione etica. Da decenni il legno
costituisce il suo campo d’azione privilegiato: non un materiale tra gli altri, bensì una sostanza
viva, resistente, carica di tempo e di memoria, capace di opporsi tanto all’accademismo quanto
alla facile seduzione del mercato. In questa fedeltà al medium si riconosce una consapevolezza
rara, quella che Clement Greenberg avrebbe indicato come condizione necessaria dell’arte “alta”:
comprendere la specificità del proprio linguaggio per evitare le derive del kitsch, dell’arte già
digerita, rassicurante, priva di autonomia. Le sculture di Bersezio – asciutte, minimali, talvolta
monumentali – indagano le forme della natura, della memoria e del mito, restituendo un
immaginario collettivo fatto di volumi sinuosi, strutture totemiche, equilibri sospesi tra staticità e
tensione interna. Sono opere che non raccontano, ma insistono; che non illustrano, ma
trattengono un’energia silenziosa. Lontane da ogni intento decorativo, chiedono allo spettatore
uno sforzo percettivo e mentale, chiamandolo a diventare parte attiva di un processo di senso. Per
molti anni l’artista ha affiancato alla pratica creativa l’insegnamento della scultura nei licei,
formando generazioni di studenti. Questo lungo magistero non ha prodotto manierismi, ma ha
affinato una disciplina del fare, un rigore che si riflette nella sobrietà delle forme e nella coerenza
di una ricerca che ha sempre cercato l’originalità dentro le pieghe della vita quotidiana: nei viaggi,
nelle letture, nell’esperienza diretta del mondo. Una ricerca che, pur aprendosi al contemporaneo,
rimane profondamente radicata nella tradizione culturale da cui proviene, assorbita senza
nostalgie né rifiuti. La mostra allestita a Bra presenta un’ampia selezione della produzione degli
anni Novanta, con alcune significative incursioni nei Duemila: sculture in legno e corde nautiche,
disegni, collage e bassorilievi della serie Paesaggi nord-occidentali. Il legno – spesso intrecciato,
legato, inciso – dialoga con materiali poveri e funzionali, evocando un sapere manuale antico. Non
è un caso che il nonno dell’artista fosse mastro bottaio, costruttore di tini in legno, nato
nell’Ottocento. Bersezio è cresciuto nel portico della sua officina, piantando chiodi fin da bambino:
un gesto primario, ripetuto, che ritorna oggi come memoria incorporata nella forma, come atto
fondativo della sua scultura. Accanto alle opere tridimensionali, un ruolo centrale è affidato ai
lavori su carta e ai collage stratificati. Emblematico è il collage del 2017, già presentato in una
personale a Bologna, in cui appunti, stralci di giornale, segni e numeri si sovrappongono in una
costruzione fortemente autobiografica. Qui compaiono i numeri primi, scritti in aramaico, romano
e arabo: una presenza ricorrente in tutta la sua opera, priva di una teoria sistematica, ma carica di
una forza simbolica primaria. I numeri, come le forme, non spiegano: interrogano. Alludono a un
ordine possibile, mai definitivamente raggiungibile. Il viaggio è una costante nella poetica di
Bersezio e trova espressione diretta in alcuni nuclei fondamentali della mostra. Ne sono esempio
i Minareti, opere degli anni Ottanta dall’apparenza metallica che in realtà camuffa il legno. Queste
strutture architettoniche effimere segnano uno scarto rispetto alla produzione più totemica e
nascono dalle suggestioni di un viaggio in Marocco, oltre che da un’inclinazione all’architettura
sempre presente in lui. Qui affiorano anche echi dell’arte “brut” e il desiderio, allora più esplicito,
di introdurre il colore come ulteriore elemento di tensione. Ancora più esplicito è il riferimento
all’Isola di Pasqua (Rapa Nui), visitata dall’artista anni fa e percepita come un luogo concentrato,
quasi assoluto, “una Sicilia rovesciata”. In mostra sono presenti opere in tessuto raffiguranti le
teste dei Moai, le enormi statue monolitiche scolpite dal popolo di Rapa Nui tra il XIII e il XVI
secolo nel tufo vulcanico, spesso erroneamente ridotte alla sola testa. Due di queste opere, poste
l’una accanto all’altra, formano un dittico in cui le teste si guardano, instaurando un dialogo
silenzioso e rituale. A queste si affiancano un lavoro con tre teste e un altro con quattro teste,
tutte cucite interamente a mano, così come i numeri primi che compaiono al di sotto delle figure.
La scelta del tessuto – materiale fragile, domestico, opposto alla monumentalità originaria dei
Moai – produce uno slittamento significativo: l’archetipo si fa intimo, la scultura diventa pelle,
superficie, memoria tattile. Ancora una volta, Bersezio lavora per traslazioni, sottraendo ogni
retorica esotica e restituendo al simbolo una dimensione mentale e affettiva. Una teca
raccoglie aste-totem e numeri primi, elementi che condensano due polarità fondamentali della
sua ricerca: la verticalità arcaica del segno rituale e l’astrazione matematica come forma di
pensiero. Al centro ideale del percorso si colloca infine l’opera-seme della mostra: una scultura del
1984, una forma essenziale, vagamente assimilabile a una iuta, che rimanda ai Parsi (comunità
zoroastriana), adoratori del sole, i quali tradizionalmente lasciavano i propri morti esposti alla luce
sulle cosiddette “Torri del Silenzio”. In questa forma primordiale, sospesa tra corpo e reliquia, si
concentra una delle tensioni più profonde del lavoro dell’artista: la scultura come luogo di
passaggio, come deposito di tempo, come atto che non consola ma custodisce. Ospitata negli spazi
de Il Fondaco Arte Contemporanea, realtà nata a Bra nel 1998 con l’obiettivo di diffondere la
creatività e valorizzare il patrimonio culturale e territoriale, e nel prestigioso Palazzo Mathis, che
ospita oggi l’Ufficio Cultura e Manifestazioni cittadino ed è sede di mostre ed eventi di rilievo,
questa esposizione si inserisce coerentemente in una visione dell’arte come conoscenza, come
esercizio critico e come responsabilità. Nel lavoro di Enzo Bersezio, la forma non è mai fine a sé
stessa: è una necessità. È il luogo in cui il pensiero trova dimora, senza mai smettere di interrogare
chi guarda.
Monica Trigona
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Enzo Bersezio
Enzo Bersezio è nato a Lesegno nel 1943. Vive e lavora a Torino. Dopo gli studi liceali, si è diplomato in
Scultura, frequentando il corso tenuto dal maestro Sandro Cherchi all’Accademia Albertina di Belle Arti di
Torino. È stato docente di Discipline Plastiche al Liceo Artistico Statale della città. La sua indagine artistica si
è mossa in concomitanza con l’attività del gruppo dell’Arte Povera, procedendo però in autonomia di
intenti e privilegiando un’idea di scultura minimalista, da considerare come sintassi espressiva strutturale,
incentrata sul linguaggio delle forme archetipiche, come la scrittura o gli oggetti delle culture primitive.
Attento e fantasioso manipolatore di materiali naturali, è giunto a concentrare le proprie indagini sul legno,
dopo aver elaborato una prime serie di lavori composti da accumulazioni di carta mutata in deposito di
scritture, che affiorano come memorie in superficie dalle profondità della materia o da installazioni di
materiali aggregati in funzione di liberi richiami a forme arcaiche di comunicazione umana. Dalla fine degli
anni Sessanta ha iniziato ad esporre in varie rassegne collettive e personali in Italia e all’estero. La sua
prima personale si è tenuta nel 1971 a Bari. Nel 1975 ha partecipato alla X Quadriennale di Roma. Poi sono
venute le partecipazioni a mostre che si sono svolte a Torino, Roma, Milano, Bologna, Firenze, Parigi,
Copenaghen, Glasgow. Tra le collettive più recenti, sono da ricordare quelle allestite al Padiglione Italia
della 54a Biennale di Venezia nella Sala Nervi di Palazzo Esposizioni a Torino, tra dicembre 2011 e gennaio
2012 e alla Biennale Internazionale di Scultura del 2013 nel Parco di Racconigi. Tra le sue ultime personali,
si segnalano Nel vento alla Fondazione Peano di Cuneo nel 2009, Sguardi verticali, ad Ascoli Piceno nel
2010, Nootkia-50° latitudine nord-ovest. La seconda attenzione, a Torino nel 2011, Foreste bianche ad
Alessandria nel 2012, la doppia personale, insieme a Armando Fettolini, alla Galleria MXM Arte
Contemporanea & Maria Mancini di Pietrasanta tra agosto e settembre 2013. Bersezio sa attrarre l’occhio
dell’osservatore grazie alla forza psicologica delle sue sculture che evocano il mare e la navigazione. Le loro
superfici, assemblate con cura, sono caratterizzate da un colore bianco, diafano, che lascia trasparire il
tessuto vegetale sottostante e ci evoca una poetica della rarefazione e della purezza formale, che permea
ogni suo aggregato di corpi plastici mistilinei, del tutto stabili, ma anche leggeri, aerei e snelli nel loro
disporsi nello spazio che li circonda.
Fondazione CRC
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