
25-06-2026 | 31-07-2026
De Coloribus
Paolo Basso
Galleria Gagliardi e Domke – Via Cervino 16, 10155, Torino (TO)
De Coloribus
Paolo Basso
Inaugurazione giovedì 25 giugno 2026 alle ore 18
Galleria Gagliardi e Domke – Via Cervino 16, 10155, Torino (TO)
Testo critico di Enrico Perotto
L’evento fa parte della rassegna “OMG – grandArte 2025-2026 – I confini del Sacro”,
con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crc
Si ringrazia la Galleria Gagliardi e Domke
La mostra sarà visitabile dal 25 giugno al 31 luglio e dal 1° al 10 settembre 2026
dal martedì al venerdì dalle ore 15,30 alle ore 19,30
Galleria Gagliardi e Domke – Via Cervino 16, 10155, Torino (TO)
Ingresso libero
La mostra “De Coloribus” si presenta al pubblico come il diciannovesimo evento organizzato da
grandArte nell’ambito della rassegna “OMG – grandArte 2025-2026 – I confini del sacro” che
proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera
provincia nel corso degli anni 2025-2026.
“L’arte digitale sarà l’arte contemporanea, sarà banalmente, semplicemente arte, sempre di più. Togliamo la parola ‘digitale’ e parliamo di arte”
Maria Grazia Mattei
Il diciannovesimo appuntamento della rassegna “OMG – I confini del sacro” ci porta a Torino, presso la Galleria Gagliardi e Domke, con la nuova mostra personale di Paolo Basso dal titolo “De Coloribus”.
L’esposizione rappresenta la terza tappa di una trilogia maturata nel tempo e preceduta nel 2024 dalle personali “Mitosi N. 20” e “AcronimoCromia”, ponendo oggi il lavoro dell’artista al centro di una profonda riflessione sul rapporto tra esperienza espositiva e New Media Art.
Se nella prima tappa Basso aveva proposto un’installazione video in loop con il brano “Roots Wide Web” di Max Casacci per l’album Earthphonia, trasformando il colore in un processo percettivo continuo, nella successiva “AcronimoCromia” il bianco e il nero si relazionavano in uno stato di tensione metafisica, proiettando l’osservatore ai confini di spazi interstellari in cui si incontrano i punti di collasso dello spazio-tempo, intesi come contatto non rappresentabile tra l’essere e il nulla.
Con “De Coloribus”, l’artista spazia tra scienza, arte e analisi sociale, richiamando sin dal titolo e dal logo della mostra venticinque secoli di teoria del colore, unendo in un unico insieme semiologico la concezione filosofica e percettiva di Aristotele, legata al trattato Perì chromàton, e l’ottica matematico-scientifica di Isaac Newton.
Nel testo-manifesto che accompagna il volume d’artista, Basso svolge un’analisi delle valenze simboliche e fenomeniche di quattro colori fondamentali — rosso, blu, verde e giallo — insieme al bianco e al nero, per poi contrapporre alla vitalità intensa e combinatoria dello spettro cromatico il mondo incolore della “videosfera”.
Il perno del percorso espositivo si fa così lucida critica sociale attraverso un’installazione immersiva che dà spazio alla furia incontrollabile e disordinata dei flussi informativi quotidiani, restituendoli rigorosamente in bianco e nero come un insieme assiepato di scarti del visivo di cui tutti facciamo parte.
Come evidenzia Enrico Perotto nel suo testo critico, tali “bombe digitali” finiscono per anestetizzare le nostre capacità reattive, rendendoci sempre più dipendenti dalla “videocrazia” che ci circonda e nella quale siamo intrappolati come bulimici consumatori di immagini, intenti a scorrere instancabilmente miriadi di scatti sugli schermi dei nostri smartphone.
Il lavoro digitale di Paolo Basso istituisce così uno stretto dialogo tra mondo reale e virtuale, dando origine a un’idea personale di medium come luogo di accadimento di relazioni e di scambio di pensieri, capace di potenziare le proprietà dei dati digitali che l’artista definisce “staminali virtuali”: una fisiologia omologa a quella biologica ma autonoma, ubiquitaria e del tutto slegata dalle dimensioni tradizionali.
In questo scenario, in cui la parola “digitale” tende felicemente a scomparire per farsi banalmente e semplicemente arte, secondo la felice intuizione di Maria Grazia Mattei, risuona anche la dimensione poetica di Vito M. Bonito, per cui «bianco è / il dolore / l’istante», mentre l’opera stessa si apre all’estetica della formatività di Luigi Pareyson, dove schermi e flussi digitali si manifestano come cronocromie e metafore del ciclo della vita, capaci di generare campi di stimoli in un’indissolubile armonia.
Fondazione CRC
Con il contributo di:




