
21-03-2026 | 12-04-2026
Standime – STAnza DI MEditazione
Domenico Olivero
Fondazione Casa Delfino – Corso Nizza, 2 – Cuneo (CN)
STADIME – STAnza DI MEditazione
Domenico Olivero
Inaugurazione sabato 21 marzo 2026 alle ore 18
Fondazione Casa Delfino – Corso Nizza, 2 – 12100 Cuneo (CN)
Testo critico di Alessandro Abrate
Intervento sonoro di Francesco Cesario
L’evento fa parte della rassegna “OMG – grandArte 2025-2026 – I confini del Sacro”,
con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crc
Per informazioni: info@grandarte.it
La mostra sarà visitabile dal 21 marzo al 12 aprile 2026 (escluse le festività del 5 e 6 aprile)
il sabato e la domenica dalle 16:30 alle 19:00
oppure su prenotazione per lo svolgimento di attività di meditazione
scrivendo alla e-mail: cuneoarte@libero.it
Fondazione Casa Delfino – Corso Nizza, 2 – 12100 Cuneo (CN)
Ingresso libero
La mostra “STADIME – STAnza DI MEditazione” si presenta al pubblico come il quattordicesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG – grandArte 2025-2026 – I confini del sacro”, che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026.
Nel 1918 Bertrand Russell è autore di uno scritto che, fin dal titolo Misticismo e Logica, asserisce, con grande lucidità, che «i più grandi filosofi hanno sentito il bisogno sia della scienza sia della mistica» e prosegue precisando che «la mistica è, in sostanza, poco più di una certa intensità e profondità di sentimento nei riguardi di ciò che si pensa a proposito dell’universo».
La mistica, a ben vedere, con la sua originale grammatica mobile, ha sovente conquistato personaggi a prima vista ostici nei confronti della religione, come André Gide, in continuo duello con la sua matrice ugonotta: ne Il ritorno del figlio prodigo, Se il grano non muore, La porta stretta, Saul, Numquid et tu?, L’immoralista si trovano continui rimandi biblici, un’attenta esplorazione dei segreti contraddittori dell’anima tesa a perforare i veli dell’ipocrisia puritana.
E si può allargare di molto il ventaglio degli agnostici tentati-affascinati dalla mistica, a partire dallo straordinario sguardo “dall’occhio chiuso” (applicato al mago Balaam) di Borges, per passare a Voltaire, ammiratore dell’Imitazione di Cristo — uno dei classici della spiritualità, le cui «parole sono come fuoco nascosto nella pietra» — e giungere a Roland Barthes che riteneva gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola un eccezionale palinsesto dell’anima, per cui «non occorre essere né cattolici né cristiani né credenti né umanisti per essere interessati a quest’opera».
A questo punto ci si può chiedere quale sia la calamita che attrae persone distanti dalla pratica religiosa e persino individui apatici rispetto a temi religiosi, pronti però, sovente, a pendere dalle labbra di un esotico guru misticheggiante?
Ascesi in greco significa esercizio: qualcosa che rende naturali le esperienze e le figure somatiche più ardue, capaci di tentare la sfida con la legge di gravità, come accade nella danza classica, nell’atletica, nell’acrobazia. La mistica è, quindi, mistero e diafania, trascendenza e fisicità, miracolo e realismo. E la via dell’amore, dello stesso eros, della bellezza — citando Rûmî (XIII sec.), il maestro dei dervisci danzanti e dei sufi: «Tu e io liberi da noi stessi, uniti nell’estasi, pieni di gioia e senza vane parole» — si associa a un’altra dominante: quella della corporeità trasfigurata.
È questo un fil rouge della tradizione mistica che tocca ogni latitudine. In Occidente, ad esempio, il grande e spesso indecifrabile Meister Eckhart, contemporaneo di Dante, ammoniva che «bisogna pregare con tanto fervore da tener avvinte le membra e le facoltà umane, orecchi, occhi, bocca, cuore e ogni senso, e non cessare finché non si sente di essere uno con Colui che preghiamo». Un santo vescovo ortodosso russo del ‘700, Tikhon di Zadonsk, era ancor più didascalico: «Dammi, o Signore, cuore per amarti, occhi per vederti, orecchi per udire la tua voce, labbra per parlare di te, gusto per assaporarti, olfatto per sentire il tuo profumo, mani per toccarti, piedi per seguirti!». E un filosofo intriso di mistica come Rosmini elencava minuziosamente tutti i verbi dell’intimità con Dio: conversare, parlare, soddisfare, ricordarsi, volere, intendere, conoscere, innamorarsi, pensare, operare, sperare, piacere, patire…
L’installazione
Dopo queste premesse è possibile accedere al pensiero-progetto-installazione di Domenico Olivero che, con STADIME – Stanza DI Meditazione, propone un «luogo altro» incentrato su un percorso fatto di segni, di suoni, di invito alla concentrazione, sostenuto da quel bisogno di spiritualità — che può volgere in astrazione — verso cui è attratta la natura umana, pur agnostica.
Occorre fisicamente entrare nella prima stanza — concetto di accoglienza — in cui due grandi piante verdi di foglie sono addobbate con pendagli e foglietti, legati da fili colorati e perline, che recano scritte suggerite da parole di religioni, culture, tradizioni diverse: uno sguardo sul mondo ispirato dalla spiritualità. Questa stanza, piena di luce, accoglie a parete sette pannelli su cui Olivero ha concentrato una summa semplificata delle religioni del mondo, dalle più antiche ad altre più recenti, attraverso segni, simboli, disegni che possiedono più livelli di interpretazione — mentali, emotivi, energetici. I simboli sono come ponti che non spiegano il mistero ma lo rendono percepibile e presente per dare senso all’esistenza: possibili connessioni tra il visibile e l’invisibile.
Nella seconda stanza, che a contrasto della prima è semibuia, avviene la sosta: un’immersione, un invito alla meditazione sottolineata da un suono persistente — Onde, musica di Francesco Cesario — che avvolge il visitatore. Per meglio entrare in sintonia con l’ambiente, l’ospite è invitato a porsi al centro, seduto su cuscini posati su un tappeto che — non a caso — è una coperta termica. A parete quattro pannelli di carta dorata; a terra, cinque specchi tondi, evocazione dei cinque continenti, dei cinque sensi, e numero allegorico dell’equilibrio tra il cielo e la terra: un gioco di rimandi e interferenze, di riflessi e di sosta.
C’è una tradizione orientale che suggerisce che noi nasciamo perché apparentemente abbiamo perduto un filo d’oro; e questo filo lo andiamo cercando nelle cose, nelle persone, nella famiglia, negli incontri, nel denaro, nel successo, anche nella spiritualità, senza renderci conto che niente di tutto ciò è quello che stiamo davvero cercando: in realtà siamo noi quel filo d’oro inseguito, siamo il percorso e la meta.
E allora la stanza che ci accoglie forse non è altro che un luogo in cui astrarsi, dove accantonare per un breve spazio di tempo la quotidianità e volgere il pensiero altrove: lasciarsi andare, per poi, forse, ritrovarsi.
Alessandro Abrate
L’artista: Domenico Olivero
Domenico Olivero è un artista italiano che da diversi decenni realizza opere artistiche declinate spesso in azioni sociali o culturali. Opera principalmente in ambito concettuale con opere che cercano il dialogo con il fruitore, sviluppando tematiche personali sui temi dell’identità e della società.
I suoi lavori prendono forma attraverso diversi media: disegni, quadri, sculture, fotografie, video, performance e installazioni, realizzate sempre con uno spirito di ricerca e innovazione — applicandosi anche alle nuove tecnologie come la stampa 3D e il mondo virtuale.
La sua attività si amplia all’azione di operatore culturale con conferenze, lezioni e incontri d’arte, laboratori per adulti e bambini, visite guidate per mostre o spazi culturali, workshop e consulenze sul mercato dell’arte contemporanea.
Per informazioni: info@grandarte.it
Fondazione CRC
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