Giovanni Gagino

Biografia

Giovanni Gagino è nato a Fossano nel 1924. Dopo un soggiorno di alcuni anni a Livorno, vive e lavora attualmente a Cuneo, città in cui è venuto ad abitare, nei pressi di Madonna della Riva, sin dall’infanzia. La sua naturale predisposizione all’arte lo ha accompagnato e guidato in tutte le fasi difficili della sua esistenza. È stato arruolato nella Marina militare durante il secondo conflitto mondiale. Preso prigioniero dei tedeschi, dopo l’8 settembre, è stato imprigionato in un campo di concentramento militare in Turingia. Terminato il conflitto, dopo un lungo e sofferto viaggio di ritorno a casa, viene assunto come operaio alle fonderie Bongioanni di Cuneo. Nei periodi di pausa dal lavoro in fabbrica, si è dedicato con costanza alla pittura, ottenendo buoni risultati e cominciando a riscuotere un certo interesse di pubblico e di critica. Dal 1954 ha inizio la sua attività espositiva, con partecipazioni a diverse collettive in Italia (Roma, Mondovì, Genova, Cuneo, Asti, Milano, Saluzzo) e all’estero (Parigi, Principato di Monaco, Lione, Tolone e Strasburgo), riuscendo però a tenere la sua prima personale soltanto dieci anni dopo, presso la Galleria Ghigo di Racconigi. Ne sono seguite altre dal 1968 in poi, tenutesi in spazi pubblici ufficiali e gallerie private di Savigliano, Cuneo, Bra, Firenze, Limone Piemonte, Mondovì, Fossano, Dronero, Finale Ligure, Cherasco e Torino, dove la Regione Piemonte gli ha dedicato un’importante antologica nel 2007, allestita presso le sale del Piemonte Artistico Culturale, in piazzetta Cln, e curata da Luca Arnaudo e Federico Faloppa. La fase formativa dell’attività pittorica di Gagino si è svolta accostandosi agli insegnamenti (opposti per indole e per preferenze stilistiche) di Roberto Luciano ed Ego Bianchi. Gagino, tuttavia, si è sempre dimostrato libero e determinato nel seguire il proprio percorso artistico, svincolato da specifici modelli e fedele piuttosto a una personale e appassionata visione del fare arte, “un’arte semplice fatta da un’artista semplice per un pubblico presumibilmente ancora più semplice”, come ha scritto il critico Riccardo Cavallo in suo testo del 2010. Nel 1970, ha aderito al gruppo artistico cuneese Antischema e nel 1973 si è associato ai Frères d’art (gruppo pittori italo-francese), di cui Roberto Luciano è stato, tra gli altri, fondatore e animatore. Sono anni nei quali Gagino ha messo a fuoco i soggetti che caratterizzano la sua ricerca espressiva, cioè i paesaggi di Langa, le periferie di città, gli interni di fonderia, le composizioni astratte di corpi meccanici corrosi e abbandonati e le sculture assemblate con forme geometriche essenziali a sviluppo verticale. È stato ammirato da poeti e scrittori del calibro di Mario Luzi e Davide Lajolo. Gagino continua a dare il meglio di sé anche nell’attuale età avanzata ed è quindi da scoprire e riscoprire ogni volta che un sua nuova opera esce dalle sua mani. Egli ha saputo mantenere la vivacità intellettuale, favorito dalle doti personali di umanità e di freschezza inventiva, che trapelano dalla sua sapiente e visionaria manipolazione dei materiali e delle tecniche della pittura e della scultura, realizzando anche monumenti in ferro, come quello installato a Fossano nel 2011 e dedicato all’operosità dei fossanesi.

Principali mostre recenti:

2013: Dronero. Personale all’Enoteca Vino&Co “Pingo ergo sum”

2013: Busca. Collettiva a Casa Francotto “Avanguardie contemporanee tra Piemonte e Liguria”

2009: Quiliano. Personale “Giovanni Gagino” presso Galleria d0’arte del Cavallo Il Centro dell’Arredamento

2007: Genova. Collettiva  al MUMA – Museoteatro della commedia di Prè – “L’arte per l’Unicef 2007”

Opere

Press

  • 18/09/13

    Giovanni Gagino

    Ciò che più colpisce in Gagino è la forza di comunicazione del racconto, di grande solidità contenutistica, il modo spontaneo di inventare l’ immagine, gli spazi, le prospettive, le profondità, i fuochi, le ombre. I suoi sono costrutti di difficile esecuzione. Lo scenario è quello di un pittore per il quale le architetture degli interni di officina sono anche emozioni, sentimenti, visioni, che si trasformano in un costante linguaggio fantastico e realistico, ad un tempo; fabbriche che si dissolvono in una vibrazione senza stridori cromatici. Egli non è un artista «neutrale», in quanto il suo racconto ha più sottintesi esistenziali, dalle taglienti definizioni visive. è uno scenario infero, allarmante, dalle tonalità a volte geniali. C’ è in lui il racconto colto di Munch e di Kandinsky.
    Paolo Levi

    La pittura di Giovanni Gagino è caratterizzata dalla passione per gli effetti atmosferici del colore e dalla particolare attenzione alla struttura della luce. Le violente campiture di colori primari, unite ad un sapiente impiego delle terre, compongono direttamente il disegno dell’immagine, che ritrova nei colori stessi il suo fondamento. In questo senso, le opere in mostra documentano un percorso artistico alquanto singolare nel panorama piemontese, se non italiano. Un percorso lungo mezzo secolo dove biografia e ricerca artistica si uniscono per dar vita a fabbriche fuochi città di rara, crepitante, materica intensità. Opere in cui la tradizione avanguardistica ‘militante’ del Novecento – assorbita e rielaborata – si fonde con una personalissima sintesi di solitudini, emozioni, visioni.
    Federico Faloppa

    E’ il decano della pittura cuneese, è l’artista che ha segnato profondamente l’arte provinciale della seconda metà del Novecento con le sue inconfondibili ed originalissime immagini: il fervore “engagé” delle ferriere con i crogioli incandescenti delle colate, il sublime lirismo delle Langhe, il senso di vuoto ed oltraggio alla natura delle “cave”, la desolazione delle moderne periferie… Negli ultimi anni la sintassi pittorica di Giovanni Gagino ha subito una svolta verso l’astrazione e l’informale materico. vecchi motori, ingranaggi, ruote dentate, pulegge, eliche, sono i soggetti prediletti, delineati con occhio acuto e penetrante. Egli esplora le superfìci metalliche – microcosmi misteriosi -, sia per la valenza simbolica, sia per la trama materica ferita, corrosa dal tempo. Vi è un richiamo ai temi sviluppati dal futurismo storico all’inizio del Novecento, ma anche un personale scandagliare oggetti obsoleti, consumati dall’uso frenetico della nostra civiltà. Vecchie fabbriche cadenti e navi in demolizione continuano il poema alla materia corrosa: anche qui il colore evoca un senso di morte, di struggimento e di abbandono. Le carcasse di vecchie navi, scheletri nerastri, si accampano su sfondi di blu cupi, quasi a suggerire la melodia marina a suggello della lenta corrosione del ferrame, diventano pretesto per scomposizioni geometriche di superfici dalla materia densa e grumosa.
    Remigio Bertolino

    La pittura di Gagino ha una sua ben precisa derivazione popolare che lo ha difeso contro le insidie delle mode e lo ha protetto dal cadere negli schemi del più vieto convenzionalismo che, ,purtroppo, straripa da anni nel mondo delle arti figurative. Le sue visioni sono plastiche, spesso violentemente drammatiche; l’impianto del quadro ha una solida struttura e gli impasti hanno scoperto i colori del mogano e le vampe dei forni delle ferriere. I suoi paesaggi non hanno nulla di ricercato, del bello innanzi tutto: sono incavati, spogli e danno un ‘immagine concentrata ed essenziale della natura. La sua è una espressione autonoma, originale di rappresentare pittoricamente la visione poetica della natura. Una poetica sofferta che riflette i palpiti di una vita sentita e vissuta attraverso il quotidiano affanno di un duro lavoro che non lascia margini a intenerimenti… 
    Miche Berra

    Al geometrismo rigoroso, non sempre euclideo o legato al prospettivismo classico sempre si accompagna l’intonazione del colore, nelle modalità vuoi del flamboyant vuoi dell’oscurato, dell’apparentemente spento il cui incantesimo sta nel mandar luce a sua volta. Fisicizzarla nel visibile: Produrre, frequentare ed abitare l’altrove assoluto. L’idea del corpo come fabbrica di pittura, in tema della medesima insistentemente richiamata da Artaud l’avevo pure adombrata, più o meno presente potesse essere. Le allucinazioni macchiniche a partire talora da reperti di archeologia industriale rivissute eccelsamente come occasioni per affabulare la superficie vennero dopo, quasi a siglare la persistenza, si direbbe quasi la preminenza di un lato visionario nell’arte di Gagino, altrimenti confermato da un uso sapiente del crossover collage-pittura, nonché da esperienze parainformali (all’apparenza) che rivelavano una varietà di registri espressivi vastissima. Ci si augurava – fra me e lui – che questo polimorfismo potesse dissipare almeno l’equivoco del pittore inchiodato a stereotipìe di genere, velleità descrittive e via dicendo. Macchè. Giovanni Gagino è ancora tutto da leggere, per scoprire che andrebbe riletto. E se un quadro degno di tal nome induce al silenzio per meraviglia, stupore e sgomento – non certo indifferenza è questo silenzio da commentarsi ed interrogarsi (questo a dire quanto accade di fronte a moltissime opere del nostro, ma si tratta di fenomeno universalmente conosciuto quando si interroghi il mutismo di qualunque arte della visione).
    Riccardo Cavallo